Le storie siamo noi – Marina Speich

DIARIO DI UN’INSOLITA QUARANTENA
di Marina Speich

 

15° giorno di isolamento

Sera

Non so a voi, ma in questo tempo sospeso, dov’è difficile programmarsi le giornate, il momento più difficile è la sera. Sarà perché quando vai a letto pensi tanto e la mente viaggia, sarà perché è il momento in cui di solito si fa il bilancio della giornata: “Oggi ho fatto anche un’intervista interessante” (è il mio lavoro, sono giornalista). Oppure: “Dopo l’allenamento in piscina sono andata a mangiare la pizza con gli amici. Grandi risate. Dobbiamo farlo più spesso”. Insomma, ogni giorno è un po’ diverso. Ecco, adesso la sera è diventata strana, perché ti rendi conto che poi alla fine in questo strano mondo in cui ognuno è bloccato a casa per non prendere il Coronavirus, non si possono fare molte cose. E non si vede nessuno. Insomma, la sera è il momento in cui ti manca di più la normalità. Ma la mia amica Sara ha trovato un modo per farmi sentire meno sola: dopo cena mi manda un racconto letto ad alta voce. Ha deciso di spulciare tra i suoi libri e invia a me e a un ristretto gruppo di amici, il suo messaggio “letterario”: una mini-storia di Etgar Keret, una poesia di Alda Merini, una favola di Gianni Rodari. Un piccolo appuntamento quotidiano che accorcia un po’ le distanze che ci separano.

Mattina

A che ora mi sveglio oggi? Sì, perché a differenza dei giorni “pre-virus”, finalmente non devo svegliarti sempre alle 7 perché sono più libera di organizzarmi la giornata. Il tran-tran non c’è più. O meglio: dobbiamo inventarne uno nuovo. Io e i miei colleghi, per esempio, abbiamo iniziato a fare smart-working, ma gli orari sono flessibili. In inglese suona bene: “lavoro intelligente”. Quando lo traduci in italiano, perde un po’ di poesia e diventa “lavoro agile”. In pratica con i colleghi ci si parla via chat e si condividono i documenti via “cloud”, nella cosiddetta “nuvola”, nel mondo etereo, che non si vede e non si tocca. Eppure in questi giorni mi manca tanto vedere e toccare i miei colleghi. Perfino quelli con cui discuto di più perché magari fanno casino mentre devo scrivere. Quando la nostalgia aumenta, video-chiamo qualcuno. Per esempio le mie “vicine di banco”: c’è Lucy, pugliese, che ci sciorina la ricetta del “sugo della domenica”; Alessia che racconta di avere le mani scorticate perché disinfetta tutto mentre io la prendo in giro e poi c’è Monica, che ha sempre la battuta pronta. Con la video-chat di whatsapp ci possiamo vedere tutte e quattro insieme.

Pranzo

Ammettiamolo: questa emergenza ci farà ingrassare tutti quanti. Sì, perché stare a casa significa anche avere più voglia di mangiare. E io sto riscoprendo una mia vecchia passione, la cucina. Complice mio figlio Leonardo che ogni sera mi chiede sempre: “Cosa c’è di dolce?”. Nella vita normale avevo sempre una scusa: “Non ho avuto tempo”; “Sono di fretta”; “Non sono mai a casa”; “Non ci sono gli ingredienti”. Ma adesso? Risultato: la settimana si trasforma in un calendario fitto fitto di ricette. Per ora abbiamo sperimentato cheesecake, tortino di cioccolato con il cuore morbido, Linzer Torte (una delle mie preferite: se siete stati in vacanza in Alto-Adige l’avrete sicuramente assaggiata) e oggi pensavamo di provare con le “chiacchiere”. Sì è vero: di solito si mangiano a Carnevale, ma adesso, in questo strano mondo dove tutti i giorni sembrano un po’ domenica, vale tutto: compreso mangiare chiacchiere e panettone a primavera.

Pomeriggio

Sotto casa mia c’è una stazione BikeMi, il sevizio di bike sharing di Milano. Di solito, soprattutto negli orari di punta, non trovi neppure una bicicletta: vanno a ruba. Adesso non le usa nessuno. Ne prendo una per andare dai miei genitori, che sono un po’ anziani: voglio portar loro qualche chiacchiera che abbiamo appena finito di friggere. È bellissimo andare in bicicletta in questi giorni: si può perfino passare con il rosso (ma non ditelo a nessuno), perché non ci sono auto e i mezzi che passano sono quasi tutti vuoti. Sembra essere dentro un film: strade deserte, due o tre persone in giro. E un unico suono: il cinguettio degli uccelli. È una delle sorprese che Milano offre in questi giorni di isolamento: nella vita normale non li senti mai, come se in una metropoli non ci esistessero. In questi giorni sono improvvisamente comparsi, forse anche per farci compagnia. E mentre pedalo osservo con altri occhi la città: arrivo al naviglio della Martesana. C’è un ragazzo che sta facendo un murales gigante: «Sto dipingendo un tandem, sai quelle bici una attaccata all’altra?», mi dice. Gli chiedo – ovviamente a distanza di sicurezza – quando finirà: «Due o tre giorni: lo faccio con calma, in fondo devo far passare il tempo». Tornando verso casa, alzo lo sguardo verso le finestre delle case: pochi passanti sulle strada, ma tante persone al balcone. Avvolti dal tepore del sole, c’è una ragazza che parla al telefono con un’amica, una mamma che racconta a non so chi che sua figlia non fa ancora lezioni online, un signore che discute animatamente di lavoro. In questo silenzio assordante, così strano per una città frenetica come la nostra, la gente ha voglia di parlare, discutere, sentirsi viva. E anch’io ho voglia di scrivere un messaggio e chiamare gli amici che non sento da un po’, anche da anni: staranno bene? Tornata a casa suona il campanello: è la mia vicina. È andata a fare la spesa, ma ha pensato anche a me. Nel sacchetto c’è una focaccia (complice anche lei dei chili in più che conquisterò in quarantena?) Sembriamo isolati dal mondo, ma ci stiamo inventano mille modi per sentirci uniti.