Le storie siamo noi – Michela Tilli

Diario
di Michela Tilli

Monza, giovedì 12 marzo 2020

Bisogna stare a casa, va bene, ho capito. Bisogna stare fermi. Che cosa sarà mai. A me sembrava di aver capito da settimane, molto prima del decreto. Non vado a trovare i miei genitori anziani da quando c’è in giro questo malefico esserino (non lo voglio nemmeno nominare: ne sento parlare fin troppo! Ogni servizio televisivo, articolo di giornale o post su Facebook).

I miei abitano a Savona, io a Monza. E dalla Lombardia, lo dicono da tempo, meglio non uscire. Ma lunedì è successa una cosa: e allora mi sono resa conto che non avevo capito sul serio. È proprio vero che le cose le capisci davvero solo quando ti toccano.
Insomma da domenica siamo chiusi in casa per legge.

Per me non è cambiato molto dal punto di vista pratico. Di solito scrivo e correggo bozze, a casa. E adesso scrivo e correggo bozze, a casa. Ho eliminato gli spostamenti a Milano per prendere i pacconi di fogli, sostituiti da file pdf (era ora!) e purtroppo ho rinunciato alle prove in teatro con gli attori e alle lezioni di scrittura del lunedì. Per i miei figli la vita è cambiata un po’ di più. Con amici solo videochiamate, niente contatti. Niente moroso, sushi dopo la scuola, niente tennis, danza, teatro, inglese, lezioni di guida (quasi tutte attività di Isa, 18 anni; Filippo, 14 anni, rinuncia solo al tennis e propone il sushi sul divano). La scuola online, qualche disagio, qualche ora di noia.
Il resto sembra più o meno uguale. Mancano i discorsi al bar, col caffè, e le chiacchiere stupide. Le sostituisco con qualche sbirciatina sui social, anche se stranamente li uso meno di prima. Le chiacchiere vere, quelle con gli amici e i parenti, sono aumentate. Via telefono naturalmente. Videochiamata, quando è possibile. Leggo di più, anche se leggevo già tanto. Vedo serie, aspetto “La casa di carta”. Vado a fare la spesa quando è necessario. Non male in fondo stare reclusi: se non cedo alla tentazione di restare tutto il giorno in pigiama, la situazione ha i suoi vantaggi.
Però. Però. Lunedì ho sentito mia madre. Ha quasi ottant’anni e da qualche giorno era un po’ tesa perché deve andare in ospedale a fare delle cure per una malattia che ha. Non è grave, ma si deve curare, e per fortuna le cure ci sono e sono gratuite. Deve andare ma ha paura del contagio, è logico, anche se a Savona la situazione non è ancora come da noi. Ma lunedì le hanno telefonato. Le cure sono sospese. L’ospedale non può permettersi di occuparsi d’altro, rischiare assembramenti eccetera. Le cure sono sospese, mi ha detto. E allora ho capito che cosa è cambiato. Ci sono cose che davo per scontate, e che non lo sono affatto. E allora inizio un diario della reclusione. Perché dopo, quando tutto sarà passato, me lo voglio ricordare quanto è bello potersi curare gratis, quanto è bello uscire quando mi pare, andare a scuola, a teatro, prendere il caffè al bar e abbracciare chi mi pare.